Un domaine des corpuscules – extrait traduit en italien par Pierre Lepori

Extrait traduit en italien par Pierre Lepori.
Pagine 7-9

Quando piove, la frontiera delle acque si fa instabile. La pioggia che cade non ha presa sull’oceano, dove niente può essere più sommerso.

Cose più sottili che si spandono tra le pesanti, aggirano e affossano, transitorie nei loro punti fissi. Composizione di fluidi, d’innumerevoli minuzie aggregate: granelli di pietra, quel che scorre, e a volte pure certi insetti, nugoli di moschini per esempio.

L’acqua non si spezza, ma scorre da ogni parte, come ogni insieme malleabile che si deforma, prende la sagoma degli ostacoli se impedito dall’urto, e paradossalmente è proprio questo a dargli corpo, a volte solo per un istante, prima di scompaginarsi nuovamente, oppure invece rendendolo più stabilmente ; solo i pezzi più grandi restano intatti più a lungo.

Schegge brillano ancora ai margini dei conglomerati, riflessi etereogenei contrastano con le trame oscure degli impasti, come voci dissonanti che si levano solitarie dal magma, rivelando la sua natura compatta di congerie.

Sullo stesso fondale d’acquea, gli elementi sono meno separati, talvoltai pesciolini vanno alla deriva. Le alghe galleggiano sulla scia delle bestiole, increspando l’acqua al loro passaggio. Al buio i corpi si trasformano, nella morsa lenta della pressione. Dentro nel limo segretamente i pesci nuotano, quaggiù ogni gesto è un rischio ; immobili e dimentichi, solo a volte improvvisamente si muovono. Nel cerchio vivono fianco a fianco mutilati e sfregiati.

Le mangrovie nascondono grovigli nelle loro acque. Protuberanze e sterpi si moltiplicano e si stringono ; radici tentano di liberarsi dai nodi acquorei e si tuffano nel gorgo più denso del fango.

Le cose precipitano insieme del regno oscuro.

Pagine 15-18

Putredine, fiotti d’acqua là fuori, tutto si stempera nello stesso fango. Nessuna struttura tiene unita la massa, che si smembra come un cencio.

Fondo d’ombra in cui tutto è nello stesso brodo, ciò che sta nell’acqua diventa marino. Ciò che è solido si disgrega poco a poco e prende il largo dalla corona del mondo esterno. L’asse di legno sommersa perde sostanza e si dissolve. Nell’acqua, le particelle degli scarti si accorpano con quel che trovano di ancora intatto ed è lento il processo d’assimilazione. Il disegno generale ancora non è compiuto ; non lo sarà, finché un tempo sufficiente sarà trascorso e fino al punto in cui né quanto si aggiunge né quanto giace sul fondo, frantumaglia minuscola, diventano una cosa sola. Quando le cose alla fine si fondono con ciò che ormai le circonda, una sorta di carattere comune è dato al luogo, giacché tutto quel che è passato attraverso il processo di modifica arriva allo stesso stadio, e tutto ciò che si aggrega in seguito si ripartisce ciecamente. Non ci sono più ritmi né sfumature. Nessuna alterità, tutto si deforma nel grigio.

La limacciosa di un affluente si mischia alla più limpida. I flutti cambiano continuamente, accumulando cose sul loro cammino. Si formano gorghi accanto alle masse. Le correnti mantengono la separazione per un istante, il loro scorrere affiancato, prima che l’amalgama sia completo.

Il regno dei corpuscoli s’espande; vaporizzati perché una nuova condensazione si produca.

I vetri sono anch’essi pendii su cui l’acqua si dispiega in rigoli, prima di raccogliersi di nuovo nella caduta. Si caricano d’un leggero deposito, che formava una crosta ; rendono più molle il resto, che sarà fissato in nuove forme, quando il vetro sarà asciutto.

Tra i ceppi inzuppati a spugna, si scorgono riflessi grigioverdi brillare nella mota. La deliquescenza aumenta il rigoglio; i tronchi carbonizzati semi-sommersi dalle acque, e l’erba tutt’intorno. Masse possenti galleggiano lentamente, sono la somma dei mulinelli che le compongono. Laddove scorre, laddove assorbe, scoppiano bolle nel muschio.

Diminuiscono i deflussi, sparsi a zigzag fino a prosciugarsi : la superficie si richiude allora, diviene un misto di contorti e di molli: plastiche e tessuti poco a poco sono ricoperti, ma oggetti duri rompono ancora la superficie, pezzi più grossi che fuoriescono tra le altre alluvioni. Le pietre scompaiono nella melma, la miscela resta incompleta.

Le buche si riempiono di pozzanghere, nelle zone sconnesse della strada. La polvere di ferro arrugginita s’infiltra nei tessuti che vi sono immersi. L’olio che cola dalle fessure fino allo svuotarsi delle riserve, fa vibrare riflessi arcobaleno sulla superficie dei detriti ormai sommersi.

Accadono cose, regolarmente, ben distinte dall’insieme, ma in generale quelle ch’erano colorate si sciolgono più tardi e a poco a poco divengono una massa indistinta.

Pagine 72-78

In una tomba non c’è aria, orizzontale, tra gli alberi alti lo tira sotto, non ha che un rovescio.

Volubili cimici : movimenti d’occhi, sequenze liquide di zampe e peli, la lentezza dei corpi in file serrate o spezzate. Ogni cosa entra ed esce da una linea. I ragni si fermano e aspettano immobili che la loro preda sia ingannata.

Ripetizione, crescendo. Lo smottamento ovunque, il fremito delle cose.

Le bestiole prese in trappola dai fari s’immobilizzano. Gli insetti cattturati dalle tela sono paralizzati da un morso e immobilizzati dentro strati di colla. Semplici fanali aspirano la vita volante dei campi.

Qualche cosa di calmo sale dai prati, a volte turbato, improvvisamente, da un sussulto. Echi di grilli o frullare di minuscole ali seguono i fili elettrici. Molti rumori nuovi sgorgano dal silenzio Il vento è un ospite effimero, passa di qui venendo da lontano. Nelal notte, il minimo suono risuona come uno scoppio.

Le strade esistono ancora, ma sono sepolte. Qualche casa è rimasta in piedi, mazzi di graminacee, e steso, nascosto, il tracciato di catrame. Come una forza che emerge sempre e ovunque, ingorando la geometria rigorosa delle strade, debordando anziché stare al suo posto, erbe selvatiche cancellano poco a poco la leggibilità di periferie ormai quasi inabitate.

Ci sono poi altri ritmi, di giorno di notte. Alcune bestie vivono nel folto, percorrono spazi che hanno perso i loro confini, in cui niente sembra diritto né regolare. Ovunque, ci si preoccupa dei nidi, e a volte capita che passino macchine, le luci di qualche casa, e nei prati, più o meno cancellate, le tracce inattive di civiltà. Due mondi per brevi istanti sovrapposti, senza che mai sia possibile dimienticare l’uno o l’altro.

Gli insetti e i loro aculei, zone pullulanti, piante irritanti nel turbinio dei cespugli. Le ortiche si rimpiono di perle, i gambi più alti sembrano ancora più affilati. La forma delle foglie si disegna in controluce; dappertutto, la peluria e i bordi dentellati si stagliano su un cielo bianco e immenso.

Il disordine è un’accozzaglia di steli aggrovigliati, ognuno indifferente agli altri, che crescono secondo una loro logica singolare. Intreccio che s’insinua, si ritrova nei telai e fuoriescono altrove dalle finestre: paralizzano completamente le carcasse, le immobilizzano come un cantiere abbandonato, trafitto da un albero che dispiega i suoi rami sempre più prensili, dall’interno verso l’esterno, dove spuntano sempre nuove ramificazioni.

Mantiene affondato quel che attraversa, e intanto offre una presca facile per la dissipazione alle forze che concorrono alla confusione. Serraglio d’erbe che inghiottono senza distinzioni.

Rotazioni che mescolano lentamente, l’erosione infinita delle materie, disperse a poco a poco. C’era l’oceano, c’erano campi; ora gonfiori di pesci che marciscono nella foresta. Il balletto degli elementi che, seppure infinitesimi, non smettono di sbattersi contro.

L’aria aperta non è altro che una versione meno oppressa dai sotterranei.

Lucciole volano tra i cespugli, a tratti scomparendo e poi tornando. Ripetono una serie identica di gesti, eppure ogni volta diversi. Serie di movimenti incerti, giravolte, talvolta più ampie del solito.

Puntini luminosi danzano sulla superficie della palude ; erbe crescono dentro il vuoto.

Il sole ormai illumina soltanto un lato dell’erba, che si prolunga al suolo in una striscia di ombre, poi si fondono a loro volta. E la notte comincia davvero.

Lentamente riaffiorano dettagli, che l’agitazione del giorno rendeva inudibili. Passa un aereo, ne nasce un fischio, come una minuscola striatura del cielo che perturba gli spazi terrestri, stretti per resistere in una massa silenziosa, prima di dispiegarsi di nuovo in dettagli innumeri, dopo che è passato.

Il vento semina, le distese sono vaste. I grilli friniscono ancora per un momento.

(…)


texte original
pages 7-9

Quand il pleut, la frontière des eaux se met à bouger. La pluie qui tombe n’a pas d’effet dans l’océan où rien ne peut être plus submergé.

Choses plus fines qui se répandent parmi les lourdes, contournent pour enliser, transitoires dans leurs emplacements. Composition des fluides, d’innombrables petits en ensembles : granules des pierres, ce qui s’écoule, et parfois même certains insectes, par exemple des nuages de moucherons.

L’eau ne se brise pas, mais s’écoule de tous côtés, comme d’autres ensembles malléables qui se déforment, s’ajustent aux obstacles quand la collision les empêche, et paradoxalement leur donne corps, parfois pour un bref moment seulement avant de se brouiller à nouveau, d’autres de manière plus durable. La glace qui fond se rassemble à nouveau dans une unité des eaux ; seuls les plus gros morceaux demeurent un temps individués.

Des éclats brillent encore en marge des regroupements, des reflets disparates contrastant avec la qualité sombre des mélanges, comme des voix dissonantes s’écartant seules du magma, faisant apparaître en aria sa nature compacte.

Dans un même fond d’eau les éléments sont moins séparés, partout le fretin dérive. Le varech flotte dans le sillage des bêtes, des ondulations se forment à leur passage. Les corps se transforment dans l’absence de lumière, dans l’emprise lente des pressions. Secrètement dans la vase les poissons nagent un environnement où chaque geste est risqué ; immobiles pour un oubli, parfois seulement ils remuent soudain. Balafrés et mutilés se côtoient dans le cercle.

Les mangroves cachent des entrelacs dans leurs eaux. Protubérances et ramilles se multiplient et se resserrent; des racines s’écartent de ces nœuds aquatiques, et s’enfoncent dans le mélange plus dense qu’est la boue.

Les choses de l’obscur sont entre elles précipitées.

 –

pages 15-18

Macérations, ça trempe dehors, tout se défait dans la même boue. Le désarticulé est une chiffe, aucune structure ne tenant la masse.

Profond d’ombre où tout est dans le même jus, ce qui est dans l’eau devient marin. Le solide se désagrège peu à peu et déserte la couronne extérieure des choses. La planche de bois immergée perd d’elle-même en dissolutions. Dans le bain, les particules des dégradés s’agglomèrent aux derniers venus, encore intègres, et l’assimilation est lente. L’aspect général n’est pas encore uni; ça ne devient le cas que lorsqu’un temps suffisant est passé et que ni ce qui vient de s’ajouter ni le fond de restes, depuis longtemps décomposé au dernier stade, réduit matériel minimum, ne sont plus distincts. Quand les choses se fondent dans ce qui désormais les entoure, une sorte de caractère commun est assigné au lieu, parce que tout ce qui est passé par cette modification en est au même point, et que tous les nouveaux apports se répartissent, aveuglément. Il n’y a plus de rythmes, plus de nuances, plus d’altérité, tout se déforme dans le gris.

La terreuse d’un affluent se mêle à la plus limpide. Les flots changent tout au long, accumulant des choses du parcours. Des tourbillons se forment près des quantités. Les courants maintiennent un temps la séparation, leurs écoulements voisinant, avant que l’amalgame ne soit complet.

Le domaine des corpuscules s’élargit ; vaporisés pour qu’ensuite se produise une nouvelle condensation.

Les vitres sont aussi des pentes où l’eau s’étale en filaments avant de se rassembler à nouveau dans la chute. Elles se chargent d’une partie des dépôts qui formaient une croûte, amollissant le reste qui sera figé en formes quand le verre aura séché.

Les souches baignent en spongieuses, il y a des nuances de gris vert scintillant dans la boue. La luxuriance augmente dans la déliquescence ; les troncs calcinés trempent en partie dans l’eau, avec des herbes autour. De grandes masses fluctuent lentement selon l’addition de tous les remous qui les composent. Là où ça perd et où ça pompe, des bulles éclatent dans la mousse.

Les ruissellements s’amincissent, étirés en zigzags jusqu’au tarissement: la surface se referme alors, devient un mélange de tordues et de mous : plastiques et tissus peu à peu sont recouverts, mais des morceaux dépassent encore, de plus gros qui ressortent parmi les autres alluvions. Les pierres s’enfoncent dans la vase, le mélange reste incomplet.

Les creux se gorgent des gouilles dans les parties défoncées de la route. La poussière roussie de limailles infiltre les tissus qui s’y trouvent. De l’huile, coulant des brèches jusqu’au tarissement des réserves, tremble en couleurs arc-en-ciel en surface de décombres désormais inondés.

Il se passe régulièrement des choses qui se distinguent de l’ensemble, mais globalement, les choses d’abord colorées fondent ensuite, peu à peu indifférenciées.

 –

pages 72-78

Une tombe, ça n’a pas d’air, plat, dans les futaies ça garde enfoncé, n’a qu’un revers.

Versatiles de pucerons: mouvements des yeux, séquences fluides de pattes et poils, la lenteur des corps en successions et en ruptures. Chaque chose entre et sort d’alignements. Les araignées s’interrompent et attendent, immobiles, que leur proie soit leurrée.

La répétition, un crescendo. Le délitement partout, le frisson des choses.

Les bêtes capturées dans les phares restent pétrifiées. Les insectes coincés dans la toile sont paralysés en une morsure et emballés dans des couches de colle. De simples lampadaires aspirent la vie volante des champs.

Quelque chose de calme se dégage des prairies, qu’un soubresaut brouille parfois soudain. Des échos de grillons ou des rondes de virevoltants longeant les lignes électriques. Beaucoup de bruits nouveaux ressortent du silence. Le vent ne fait que passer, il touche ici en venant de loin. Dans la nuit, le moindre son résonne comme un éclat.

Les chaussées existent encore, mais elles sont enfouies. Il y a quelques maisons debout, des remous de graminées, et le réseau de goudron, à plat dissimulé. Comme une force émergeant de partout en même temps, ignorant le quadrillage rigoureux des routes, le débordant au lieu de s’y tenir, des étendues d’herbes effacent peu à peu la lisibilité d’arrondissements qui ne sont presque pas habités.

Il y a d’autres rythmes, durant le jour et durant la nuit. Des bêtes vivent dans le foisonnement, parcourent des espaces devenus lâches, où rien ne semble ni vraiment droit ni régulier. Partout c’est la préoccupation du nid, avec des voitures qui peuvent parfois passer, les lumières de quelques maisons, et dans les prés, plus ou moins tassées, les traces inactives du policé. Deux mondes pour quelques temps superposés sans qu’il ne soit jamais possible d’oublier l’un ou d’oublier l’autre.

Les insectes et leurs piquants, parts grouillantes, des plantes irritantes dans le tourbillon des fourrés. Les orties se gonflent de perles, leurs tiges les plus longues paraissent plus acérées. La forme des feuilles se découpe à contre-jour; partout, les poils et les dentelures se détachent d’un ciel immense et blanc.

Le désordre est un ramassis de tiges embrouillées, les unes aveugles aux autres, qui grandissent toutes selon leur propre logique. Mêlées qui s’insinuent, se croisent dans le châssis et s’échappent ailleurs par les fenêtres: des carcasses en sont percluses de part en part, saisies en friche, qu’un arbre transperce, déroulant ses branches toujours plus serrantes, de l’intérieur vers l’extérieur, à l’endroit de nouvelles ramifications.

Ça garde enfoncé ce que ça traverse, et en même temps ça donne aux forces œuvrant au disparate facilité de capture pour l’éparpillement. Constricteur des herbes, qui avalent sans distinction.

Les alternances brassent lentement ; l’érosion sans cesse de matières dispersées à mesure. Il y avait l’océan, il y avait des champs; bouffissures maintenant de poissons pourrissant en forêt. Le ballet de parties qui, même infimes, se percutent à tout instant.

Le plein air n’est qu’une version moins chargée des souterrains.

Des lucioles tourbillonnent dans les buissons, disparaissant par moments avant de rejaillir. Elles accomplissent une suite de mêmes gestes pourtant toujours différents. Les enchaînements sont incertains, les tournoiements sont parfois plus amples que d’habitude.

Des points lumineux dansent en surface des marais ; des herbes grandissent dans des vides.

Le soleil n’éclaire bientôt plus qu’une face des herbes, prolongées au sol en un étirement d’ombres, fondant à leur tour, et la nuit commence vraiment.

Des détails reparaissent lentement que l’agitation du jour rendait inaudibles. Au passage d’un avion, un sifflement se dégage, comme une fine zébrure d’altitude perturbant les espaces terrestres, resserrés par contraste en une masse silencieuse, avant qu’ils ne s’élargissent à nouveau en détails innombrables après sa disparition.

Le vent est un semeur, les étendues sont vastes. Les grillons résonnent encore un moment.

(…)